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Le intelligenze artificiali sono un pericolo

“La nostra società rischia di essere spazzata via dalle Intelligenze Artificiali”. No, non è un nuovo capitolo dei replicanti di Blade Runner o delle macchine di Matrix. Non è una frase tratta da un film né, tanto meno, da un libro. A dirlo è niente meno che Stephen Hawking, astrofisico e accademico britannico scomparso il 14 marzo scorso.

Secondo l’esperto inglese, infatti, non possiamo prevedere cosa riusciremo a raggiungere quando le nostre menti verranno amplificate dalle Ai. Magari si riuscirà, attraverso questi nuovi strumenti a rimediare ai danni che stiamo infliggendo alla natura e oppure potremmo essere in grado di sradicare povertà e malattie. Quello che è certo è che ogni aspetto della nostra vita verrà trasformato. Ma è anche possibile la faccia inversa della medaglia: un disastro su larga scala, come robot e sistemi che porteranno alla distruzione di milioni di posti di lavoro. E di conseguenza alla distruzione della nostra economia e della nostra società.

L’analisi di Hawking fa da eco a quella di Bill Gates: “Prima le macchine faranno un sacco di lavoro per noi e non saranno super intelligenti. Sarà positivo, se saremo capaci di maneggiarle bene. Un paio di decenni più tardi, penso, questa intelligenza diventerà un problema”. Mentre per Elon Musk, CEO di Exploration Technologies Corporation e Tesla Motors, l’intelligenza artificiale è “più pericolosa del demonio”.

Come dobbiamo fare per frenare questa paura o, soprattutto, questo rischio. L’ha spiegato Marcello Restelli, docente di machine learning del Politecnico di Milano, durante una nuova puntata della sua rubrica video #IlPOLIMIrisponde. “Non ci dobbiamo preoccupare tanto dell’intelligenza artificiale, quanto della mancanza di intelligenza naturale”. Servono informa nuove norme etiche.

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L’intelligenza artificiale infatti non è un’entità sovrumana, posta fuori dal nostro controllo. È, come spiega Restelli, un insieme di codici software che permettono a una macchina di prendere decisioni in modo autonomo. C’è un’intelligenza artificiale debole, che si occupa di risolvere problemi di carattere specifico (giocare una partita a scacchi, guidare un’auto, colpire un pallone, tradurre un testo). C’è poi un’intelligenza artificiale forte, che richiede di sviluppare capacità più complesse: il pensiero in astratto, l’inventiva, la creatività. Qui si annida il problema: “Il timore – secondo Restelli – è che possa risultare superiore all’intelligenza umana e quindi essere capace di manipolare il nostro comportamento”.

A smorzare paure e preoccupazioni è stato Yann LeCun, a capo dei laboratori di ricerca sulle AI di Facebook e considerato tra i padri del cosiddetto apprendimento delle macchine. Per lui questi allarmi sono totalmente infondati e fuorvianti: “Anche se vince al gioco cinese del Go, non significa che sia davvero intelligente. Certi timori sono pura isteria”.

Ogni angolo della nostra vita è invaso dalle AI. Dopo l’invenzione della polvere da sparo e quella delle bombe, ad esempio, la storia della guerra è ad una nuova svolta. La più pericolosa. La marina americana ha varato la prima nave senza equipaggio, al confine tra le due Coree ci sono postazioni di mitragliatrici prive di soldati, in grado di sparare quando individuano movimenti sospetti, e Mosca sta lavorando a carri armati che si muovono e sparano da soli.

Sembra un film di fantascienza, invece è la realtà. E, sotto sotto, mette anche un po’ di paura.

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