Storia e curiosità sul movimento #MeToo
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Cinque cose da sapere sul Movimento #MeToo

Se ne sente tanto parlare ultimamente. Scandali sessuali, nel cinema, nel mondo dello spettacolo, dovunque. Ad Hollywood, nel cinema italiano, tra le star più conosciute della tv. L’ultima condanna in ordine cronologico è arrivata ai danni del celebre attore Bill Cosby, ormai 80enne, che è stato stroncato dall’opinione pubblica nonostante il successo planetario dei Robinson per una violenza sessuale perpetrata ai danni di Andrea Constand, ex dipendente della Temple University per cui Cosby era consigliere nel CDA. La protesta del popolo femminile contro abusi e molestie parte però da molto lontano e ha trovato la giusta eco con il movimento #MeToo. Ecco tutto quello che c’è da sapere sull’organizzazione che sta denunciando una serie di scandali a livello planetario.

Quando è nato il movimento #MeToo?

Ad inizio 2017 l’hashtag era nato sui canali social quasi in sordina, passando in secondo piano ma cominciando a sensibilizzare in maniera sempre crescente l’opinione pubblica. La viralizzazione è arrivata solo qualche mese più tardi, quando alcune attrici, come l’ex Phoebe della serie Tv Streghe, Alyssa Milano, hanno ripreso l’hashtag lanciando una campagna mondiale per protestare contro gli abusi fisici o psicologici che le donne subiscono sia sul posto di lavoro che in contesto famigliare. Un semplice hashtag in poco tempo si è diffuso in tutto il mondo, diventando megafono per tutte le donne che hanno non vogliono più subire.

Come è stato esportato nel mondo il movimento #MeToo?

Twitter prima, Facebook e gli altri social network poi. Non c’è stato luogo “digitale” in cui il movimento non abbia fatto sentire la propria voce. La voce americana si è trasformata rapidamente in voce europea per poi ritornare più forte oltre oceano. Basti guardare l’eco dei Golden Globes, dove le celebrità hanno decido di indossare il nero per rispettare tutte le vittime di molestie e dove Oprah Winfrey non ha risparmiato parole pungenti nei confronti di chi commette molestie. Il fronte si è subito diviso: perbenismo o sentita partecipazione? La realtà è evidente: è stata questa la risposta più forte allo scandalo Weinstein. Il passaparola, la raccolta fondi Time’s Up, la solidarietà del resto del mondo. Da lì, una serie di castelli che sono crollati: la dimissione di 3 uomini politici in Canada, le voci e i fantasmi legati alla figura dell’ex presidente della Colombia Alvaro Uribe Velez. Da #MeToo a #YoTambien, senza dimenticare il #MoiAussi, con le polemiche legate alle dichiarazioni di Catherine Deneuve in risposta alle 100 attrici francesi firmatarie del movimento e l’#IchAuch lanciato in Germania.

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Come ha partecipato l’Italia alla lotta del movimento #MeToo?

In Italia, il movimento è arrivato sottotraccia e forse in maniera più timida. L’Hashtag #MeToo si è tradotto in un manifesto contro le molestie, Dissenso Comune, firmato da 124 attrici. Non sono mancati i volti noti, da Anna Foglietta ad Ambra Angiolini, da Vittoria Puccini a Kasia Smutniak, passando per Paola Cortellesi, Geppi Cucciari e Sabrina Impacciatore. I dubbi, però, come spesso accade in Italia, si sono moltiplicati in breve tempo. Si è trattato di un atto mediatico o di un gesto dovuto? E quanto c’è di vero dello scandalo che ha travolto il regista Fausto Brizzi, indagato per violenze sessuali?

Cosa c’è in comune con la lotta del 1968?

Cinquanta anni fa. Altre epoche, altre libertà, una società più chiusa. Sembrano passati secoli dalla rivoluzione del 1968. Le ragazze del 1968 hanno saputo ribellarsi al sistema patriarcale, hanno messo in discussione una mentalità gretta e non certo paritaria. Da quell’epoca, è cambiato tutto: le battaglie del secolo scorso si sono evoluti in un nuovo femminismo, più civile e certamente social. Abusi e restrizioni allora, abusi, molestie e stupri ora. Tutto cambia affinché nulla cambi. Almeno, così sembrerebbe.

Movimento #MeToo, sensazionalismo o sensibilizzazione?

Tuoni in Europa e Stati Uniti, manifestazioni, grida, proteste, lettere firmate. Tanta sensibilizzazione, una voce che si amplifica. Il movimento, però, non ha raggiunto l’Africa. Eppure nel continente più povero abusi e soprusi sono all’ordine del giorno, in alcune nazioni è ancora effettuata la mutilazione genitale delle bambine di giovanissima età, in altre zone le violenze domestiche sono talmente “naturali” che le donne le accettano come una fatalità. Non è bastato un hashtag in Africa, dove il pudore resta ancora tanto, dove le donne probabilmente non hanno ancora la forza di ribellarsi al sistema e di denunciare. L’esempio delle donne dell’Occidente dovrà essere d’aiuto anche per le donne africane, dove la denuncia è forse più importante e senza dubbio più necessaria, dove la donna è ancor più un oggetto, in una triste visione che mixa il crimine impunito alle forme più becere di maschilismo.

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